Formazione Volontari SC- La Pro Loco di Modugno ospite della Pro Loco di Bisceglie

Bisceglie ancora sede scelta dall’UNPLI (Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia) – comitato regionale Puglia – quale sede di formazione per i volontari del Servizio Civile Nazionale.

Le volontarie e i volontari delle Pro Loco UNPLI delle Province di Foggia, Bari e Barletta-Andria-Trani si sono incontrati sabato 21 e domenica 22 novembre nella sede dell’associazione biscegliese in via Giulio Frisari n. 5 per prender parte agli incontri con esperti di promozione turistica, gestione sportello di informazione e accoglienza turistica, sicurezza sul lavoro, rapporti con l’UNPLI e soprattutto sulle direttive relative al progetto che li vedrà impegnati fino a settembre 2016 dal titolo “Il folklore tra cultura pagana e mondo cristiano: sulle orme della Via Francigena”.

A fare gli onori di casa il presidente Pro Loco Bisceglie Vincenzo De Feudis, mentre ha portato i saluti dell’Amministrazione Comunale la consigliera comunale delegata alle politiche turistiche Rachele Barra: «La nostra città ha tanto ancora da lavorare, ma negli ultimi cinque anni – spiega la dott.ssa Barra – ha marciato nella giusta direzione della promozione, della rete, dell’ospitalità. Incontro volentieri giovani come voi impegnati in questo percorso e sappiate che Bisceglie è e sarà sempre una città disponibile come ben sa la Pro Loco cittadina il cui operato, a me noto e che apprezzo molto, è valido ed efficace».

A curare la segreteria organizzativa della due giorni di formazione le volontarie della Pro Loco di Bisceglie Angelica Todisco e Nunzia Monopoli.

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Alcune foto della Formazione Volontari SC tenutasi a Bisceglie
Alcune foto della Formazione Volontari SC tenutasi a Bisceglie.

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Ecco la relazione del Presidente della Pro Loco Modugno, Michele Ventrella, dal titolo “Il dovere di difesa della Patria”:

Che cos’è la patria?
In genere, la nostra formazione di occidentali, basata sull’istituzione dello Stato moderno, tende a suggerirci una risposta di tipo politico e territoriale.
Il Vocabolario Zingarelli, ad esempio, la definisce come il «paese comune ai componenti di una nazione, cui essi si sentono legati come individui e come collettività, sia per nascita sia per motivi psicologici, storici, culturali e simili».
In effetti, l’etimologia di «patria» deriva da «terram patria(m)», «terra dei padri»; ma i padri, per gli antichi, non sono necessariamente presenti in un luogo fisico. Si pensi ad Enea che viaggia per tutto il Mediterraneo con gli dei penati di Troia: la patria, per lui, è a bordo delle navi, o sulle spiagge che via via egli e i suoi compagni toccano nel corso delle loro peregrinazioni; e, alla fine, è ristabilita presso le foci del Tevere, in Italia.
Ma c’è una maniera ancora più spirituale di intendere la patria, che è propria dei popoli nativi – da noi chiamati, a lungo, «primitivi» o, addirittura, «selvaggi» -, ed è quella di identificarla con una modalità dello spirito, come un fatto essenzialmente religioso: certo legato ad un luogo fisico, ma non in senso giuridico-territoriale.
Una delle prime difficoltà che i bianchi incontrarono con gli Indiani d’America, infatti (ma anche con i popoli africani ed asiatici), era legata alla diversa concezione del rapporto fra terra e nazione. I bianchi pensavano che la terra degli indigeni potesse essere acquistata in moneta sonante, e si stupivano della risposta che le loro offerte ricevevano: «Come potete pensare che noi siamo in grado di vendervi la terra, nostra madre? Tanto varrebbe che ci chiedeste di vendervi l’aria, il mare o il cielo. La terra non è in vendita, perché non è di nessuno; in essa, poi, riposano i nostri antenati. Che cosa ne penserebbero, di un simile mercato?»

Il capo indiano Seattle, nel suo famoso discorso del 1887, dà una definizione di patria che evidenzia la differenza di concezione fra bianchi e indiani: «C’è poco in comune tra noi. Le ceneri dei nostri antenati sono per noi sacre, e sacro è il luogo ove riposano; voi, invece, vi allontanate dalle tombe dei vostri padri apparentemente senza dolore…I vostri morti, non appena sono scesi nella tomba, cessano di amare voi e il luogo dove sono nati; presto dimenticati, se ne vanno lontano, oltre le stelle, da dove non ritornano mai più.  I nostri morti, invece, non dimenticano mai la terra meravigliosa che diede loro un giorno la vita ed continuano ad amare i fiumi sinuosi, le alte montagne,  le valli solitarie; continuano a nutrire i sentimenti più teneri per coloro che vivono con il cuore  ormai solo, e ritornano spesso per visitarli e consolarli… Per il mio popolo, dunque, ogni porzione di questa terra è sacra: ogni pendio, ogni vallata, ogni pianura e ogni foresta sono santificati da un dolce ricordo o da un’esperienza dolorosa della mia tribù.  Anche le rocce, apparentemente così mute sotto il sole cocente della costa, sono imbevute, nella loro solenne imponenza, del ricordo di eventi del passato legati al destino del mio popolo.  E persino la polvere reagisce con più amore ai nostri passi che non ai vostri: essa, infatti, non è che la cenere dei nostri antenati e i nostri piedi nudi avvertono questo contatto benevolo, poiché il terreno è reso fertile dalla vita delle nostre famiglie.» (riportata in: Rudolf Kaiser, «Dio dorme nella pietra. La “scoperta” del pensiero degli Indiani d’America»; titolo originale: «Gott schläft im Stein», Red Edizioni, 1992, e Demetra, 1996, p.142)

Così parlava un «primitivo», un «selvaggio»; un membro di quel popolo che i bianchi avevano sempre dipinto come insensibile, rozzo e assolutamente incapace di nutrire nell’animo sentimenti nobili ed elevati.

Secondo le definizione di Hubert Weinzierl, «la patria non è un fatto geografico, ma un modo d’essere religioso».

  • Il termine «patria» suole quindi indicare la terra natale di una persona.
  • L’equivalente tedesco è VaterlandHeimat,
  • quello inglese è fatherland, mathetland o birthplace.
  • In diversi momenti e luoghi, questo termine ha assunto, più o meno esplicitamente, diversi valori: un significato relativamente recente, attribuisce alla patria quello di «paese per cui si è disposti a sacrificarsi e morire».
  • Un altro modo di definire la patria è quello del luogo in cui si hanno legami familiari e/o emozionali o addirittura, in caso di immigrati, esso è il paese che si è scelto per vivere e prosperare.
    Il termine patriottismo(parola del 1750) identifica l’attaccamento sentimentale o politico alla patria. La patria è, infatti, il luogo in cui sono nati e vissuti gli antenati e i genitori, e in cui si è nati, acquisendo con la nascita l’appartenenza alla comunità che vi è stanziata e diventando partecipi del patrimonio culturale che in tale ambito locale si è costituito con il succedersi delle generazioni.
  • Il termine “patria” deriva dal latino: la sua etimologia va ricercata nel sostantivo maschile “pater, patris”;
  • La parola latina più vicina al significato italiano è l’aggettivo “patrius, patria, patrium” ritenendo sottinteso il sostantivo “terra, terrae” oppure “tellus, telluris”: dunque, terra patria, terra del padre, degli avi.
  • Il termine in origine avrebbe designato eminentemente un vincolo giuridico-patrimoniale, ovvero la terra ereditata dai propri antenati. Lo sviluppo della civiltà romana comportò quindi la maturazione semantica di questa espressione, e la «terra dei padri» divenne sinonimo di luogo natìo, di città o territorio di origine dei propri antenati; un legame di maggiore complessità rispetto al passato, che cioè sottintendeva anche vincoli di natura culturale, politica e affettiva: la patria come emblema della propria stessa identità, fonte dei valori e delle pratiche culturali, sociali e religiose trasmesse intergenerazionalmente (mos patriussermo patrius), ma anche contrassegno di appartenenza civica e cioè attributo capace di generare un forte sentimento di identificazione con il sistema normativo-istituzionale su cui la patria era fondata. Sul piano ideologico-affettivo questa forma di devozione verso la patria (da cui discendeva la spontanea propensione a battersi per la sua conservazione e il suo accrescimento) può essere considerata il primo germe del patriottismo. Gli scrittori latini testimoni delle guerre civili o vissuti all’inizio dell’età imperiale (Virgilio, Orazio, Seneca), che per primi accolsero e trasmisero questa più ampia idea di patria, attinsero anche al pensiero greco classico.
  • I greci si erano variamente interrogati sulla nozione di polis, giungendo a formulare l’equazione «patria-città», già presente in Tirteo (7° sec. a.C.). In numerosi autori del 4-5° sec. l’attributo di cittadinanza era stato quindi utilizzato come sinonimo di appartenenza a una specifica comunità politica, depositaria di un patrimonio culturale, giuridico ed economico che tutti i cittadini erano chiamati a difendere e ampliare, pure mediante il ricorso alle armi (le guerre contro i persiani, i conflitti del Peloponneso). Questa nozione di patria aveva improntato anche l’Apologiadi Platone, opera in base alla quale Socrate scelse di non sottrarsi alla morte per ribadire l’alto valore del legame da lui contratto con Atene. L’età ellenistica (3°-1° sec. a.C.) aveva quindi attenuato o addirittura spento tale concetto di polis, proponendone il superamento a favore di una visione cosmopolitica (la koinè greco-asiatica come forte dilatazione e anzi dissoluzione dei confini politici e culturali della patria ellenica).
  • Nella cultura latina di epoca imperiale il termine patria ebbe un duplice valore.
  • Da un lato conservò il significato originario di luogo natìo, terra di origine dei propri antenati («terra patria»), da cui discendevano i caratteri identitari di una specifica comunità (lingua, usanze e tradizioni), dall’altro si identificò con l’idea di Roma, patria per eccellenza di chiunque godesse della cittadinanza romana.
  • Come nel più antico pensiero greco (condensatosi attorno al concetto di polis), la difesa dell’impero, che aveva unificato innumerevoli piccole patrie, divenne un valore supremo.
  • Nella Roma imperiale il termine patria continuò pertanto a esprimere il concetto di ristretta comunità originaria, dai caratteri socioculturali ben definiti (accezione cui allude ancora il celebre epitaffio virgiliano, in cui Mantua si connota come terra patriadel poeta), ma accanto a questa lettura se ne affermò una seconda, quella di «grande patria», coincidente con la stessa idea di Roma (città che aveva inglobato e unito innumerevoli popoli, impero dalla missione universale). È il concetto (e il mito) di Roma, patria per eccellenza di quanti godevano della cittadinanza romana, ma anche idea della sua libertà e della sua gloria come valore supremo (Virgilio). «Penso che esistano due patrie», notò anche Cicerone (1° sec. d.C.), «una di nascita, l’altra di cittadinanza» (De legibus, II). Questa seconda accezione del termine patria ha ormai acquisito piena solidità e risulta anzi prevalente nell’opera di Claudio Rutilio Namaziano (5° sec. d.C.), composta durante le prime invasioni barbariche, osservando il tramonto dell’Urbe (e del mondo classico); lo dimostra l’assenza di perifrasi e il forte vigore conferito all’autonomo sostantivo patria, che in questo autore (originario della Gallia) ha il significato univoco di impero romano. Il contemporaneo Agostino d’Ippona aveva frattanto intrapreso l’elaborazione del De civitate Dei (413-26), con l’intento di replicare alla lettura pagana della caduta di Roma (causata dalla discesa dei barbari e dalla diffusione del cristianesimo, anche nel giudizio di Namaziano). Il pensiero di Agostino è già preludio dell’Età medievale, e infatti la sua nozione di patria non aderisce tanto a un concetto terreno (politico, culturale), ma viene utilizzata eminentemente in relazione alla patria caelestis, a quel regno di Dio che solo la dottrina teologica successiva (di impronta scolastica) sarebbe tornata ad ancorare al mondo sensibile (proponendo la patria caelestis come modello delle diverse comunità politiche erette dall’uomo).
  • Il recupero della tradizione anche pagana (Cicerone) operato da Tommaso (13° sec.) risponde appunto all’intento di sacralizzare, ora in chiave cristiana, l’idea di patria, comunità politica (genericamente) verso cui il cristiano deve mostrare rispetto (pietas), devozione (cultus) e ubbidienza (officium), perché la patria è dono di Dio e riflesso terreno della sua grandezza. Nel corso della prima Età medievale, anche l’idea di patria come «comunità originaria» (piccola patria, terra degli avi ecc.) venne recuperata e rielaborata. L’evoluzione semantica dell’espressione germanica vaterland, attesterebbe infatti un processo di progressiva ricezione dell’eredità culturale romana, da parte dei popoli barbari. Con la nascita dei regni romano-barbarici tramonta l’originaria accezione di vaterlandcome clan (comunità di individui che non erano legati a una specifica terra, bensì uniti da vincoli di sangue) e si afferma quella di terra che appartiene alla propria stirpe. Lo sforzo politico-normativo compiuto dall’impero carolingio, appare in effetti improntato alla consapevolezza che si tratti di una terra conquistata dai propri antenati, i cui tratti distintivi sono ancora molto lontani dall’antico concetto latino di terra patria (territorio i cui caratteri risultavano invece plasmati dagli antenati, nel corso di innumerevoli generazioni). Non a caso in Eginardo (775-840), biografo di Carlomagno, l’oscillazione semantica tra patria e regno è frequente, sebbene il primo termine indichi in prevalenza i domini ereditati da Carlo e il secondo i domini da lui conquistati (o l’insieme degli uni e degli altri). Dalla legislazione carolingia al Liber Augustalis (1231), emanato a Melfi da Federico II, il disegno di ricostruzione di un impero con aspirazioni universalistiche implicò dunque l’integrale recupero e la rielaborazione dell’antica idea di patria. Il Sacro romano impero da un lato tornò a proporre la visione di «grande patria comune» (Cicerone, De legibus, III), un’entità politico-statuale (terrena, concreta), capace di unificare, sul piano culturale e istituzionale, terre e genti un tempo nemiche (molte «piccole patrie»), dall’altro trovò nell’attributo cristiano (e nella teologia medievale) nuove basi ideologiche a sostegno della propria vocazione universale. Un concetto per certi aspetti più dinamico in rapporto all’antico modello romano, perché le potenzialità espansive di questa «grande patria» erano virtualmente maggiori (la riconquista della Terra Santa e dei territori musulmani, e anzi il sogno di un impero coincidente con i confini delle terre emerse, perché il verbo di Dio era giunto ovunque).
  • I cronisti e i poeti d’Età tardomedievale che presero coscienza dell’inapplicabilità di questo ambizioso disegno imperiale, dissolto a opera di poteri diversi (papato, civiltà comunali, feudalità e nuovi regni), guardarono a un diverso orizzonte. È soprattutto il caso di numerosi esponenti della letteratura e della storiografia italiana, interpreti di una nuova cultura borghese, fiorita tra gli incessanti conflitti di una penisola che si mostrava incapace di evolvere anche verso la dimensione di regno nazionale unitario (a differenza di Spagna, Francia e Inghilterra). Nella Commediadi Dante e nelle Istorie fiorentine di G. Villani (1276-1348), uno degli ultimi esponenti della storiografia medievale, il termine «patria» venne pertanto utilizzato in stretta aderenza allo scenario cittadino, alla propria città di origine e di cittadinanza, o meglio il concetto di «piccola patria» si connotò, in questi autori, di una nuova concreta pregnanza e di un forte sentimento politico, acquistando attributi che erano stati caratteristici dell’idea di «grande patria». Si pensi alla ferma e talora feroce condanna formulata, in entrambi i casi, nei confronti dei traditori di patria. D’altro canto le fonti notarili e amministrative (le patenti di cittadinanza, i diplomi di nobiltà) prodotte nei primi secoli dell’Età moderna (15°-17° sec.), attestano che le nozioni di patria e di cittadinanza non furono sempre affini e sovrapponibili o percepite come omologhe e coincidenti. È per esempio il caso di chi appartiene alle fila della mercatura internazionale, talora obbligato o interessato a definirsi sia in rapporto alla propria origine (mercator patria genuensis) sia in relazione a un’eventuale diversa nazionalità o grande area geografica di provenienza (civis neapolitanussudditus Hispaniae regisnatione italicus ecc.).
  • La nozione di patria come luogo natìo (in specie territorio di piccole dimensioni, città), con il quale ci si identifica anzitutto sul piano genealogico e culturale, risulta dunque prevalente per gran parte dell’Età moderna e non sempre coincidente (per ragioni di ordine politico o culturale-affettivo) con quella di natione(Stato), concetto che può anzi risultare molto debole e talora assente. Così nel caso di molte culture contadine, in cui la patria è il villaggio, il paese o la valle in cui si nasce e si muore, mentre la natione è al più percepita come un’entità lontana e astratta, come somma di valori ambigui, oscuri e persino oppressivi, in specie sul piano fiscale e normativo. Lo sforzo compiuto dai massimi pensatori politici, e in specie dai teorici dello Stato moderno e dell’assolutismo monarchico, mira appunto a riavvicinare il concetto di patria a quello di natione (J. Bodin, 16° sec.), anche mediante il recupero della definizione di «padre della patria», attribuita al sovrano (titolo onorifico coniato dal senato romano per l’imperatore Augusto). Questa operazione fallì ove il ritorno al concetto di «grande patria» si era già rivelata ardua impresa (l’ipotesi di costruzione di una potente Lega italica, elaborata da N. Machiavelli). In alcuni manifesti politici elaborati durante la Rivoluzione napoletana del 1647, improntati al pensiero di Machiavelli al fine di teorizzare uno Stato repubblicano meridionale, i margini del concetto di patria si presenterebbero meno incerti che in passato, e cioè porrebbero con chiarezza il dilemma e l’ineluttabilità di una scelta: «per il re o per la patria» (R. Villari). Ben diversa è la posizione dei coevi pensatori olandesi e inglesi, interpreti di una cultura e di un sistema politico che invece erano prossimi a raggiungere importanti traguardi nazionali (la nascita della repubblica in Olanda, 1648, e della monarchia parlamentare in Inghilterra, 1688). Licenziando il suo Trattato politico (1675-76), l’olandese B. Spinoza (di origine portoghese ed ebraica) utilizza una nozione di patria che si lascia indubbiamente alle spalle quella di terra patria, per divenire piuttosto sinonimo di Stato e di legge, valori verso cui Spinoza esprime piena e immediata adesione.
  • Nel quadro più ampio della cultura europea il concetto di patria smise di essere alternativo a quello di nazione, divenendo compiutamente e durevolmente coincidente con quest’ultimo, solo a partire dal 19° sec., epoca dell’affermazione dello Stato liberale borghese (anche in Italia e Germania). I maggiori fondamenti teorici di questo processo risalgono però al secolo precedente, alla lunga stagione inaugurata dall’Illuminismo e dal riformismo illuminato, e conclusa dalle rivoluzioni francese e americana e dall’età napoleonica. Per esempio nel giudizio di Voltaire (1694-1778), che si ispirò variamente alle opere dell’inglese J. Locke, la patria e la nazione potevano coincidere solo a opera di sovrani incapaci di derive assolutiste. Anche al contemporaneo A. Genovesi (1713-1769), filosofo ed economista, la nozione di patria appariva ormai meno chimerica (sul piano della concreta attuazione politica, all’incontro con l’idea di nazione), ma pur sempre molto articolata (ancora troppo condizionata dalla specificità culturale e politica italiana): «L’idea di patria […] è un’idea complessa, che abbraccia in sé il suolo nativo, l’amicizie contratte dalla figliuolanza, i sepolcri degli avi, i templi, e ’l pubblico culto, il governo, i magistrati, l’arti proprie, e i comodi di ciascun luogo» (Lezioni di commercio o sia di economia civile, 1765).
  • L’osmosi tra questi due concetti (patria e nazione) si completa nell’età delle grandi rivoluzioni:
  • Rivoluzione francese (1789-99) che contrappose il regno (il potere monarchico) al binomio patria-nazione (i patrioti perseguirono l’obiettivo di abbattere il primo ed elevare il secondo, attraverso la nascita di una nuova nazione, patria di tutti i francesi),
  • la Rivoluzione americana, che implicò la rinuncia a ogni più antica idea di patria (la madrepatria inglese o i diversi territori d’origine dei coloni) e il varo di un originale modello politico, funzionale al governo di società complesse (un federalismo più evoluto di quello svizzero o olandese, cioè una «grande patria di Stati», non di cantoni o province). Nella definizione di Stati Uniti d’America, patria e nazione divennero concetti inscindibili, perché forgiati in uno stesso momento, per volontà del popolo americano.
  • Non a caso le dottrine che tra 19° e 20° sec. elaborarono una concezione volontaristica della patria (alternativa alla nozione tradizionale, di tipo etnico-naturalistico) si confrontarono puntualmente con gli esiti più profondi dell’Illuminismo (J.-J. Rousseau), oltreché con il modello americano e napoleonico.
  • Anche l’Europa napoleonica aveva rappresentato un importante esperimento politico, pur se marcato da forti ambiguità: da un lato l’esportazione di un’idea di patria-nazione (di un’Europa di patrioti e cittadini) che era stata consacrata dalla Rivoluzione francese (in nome della quale l’abbattimento delle tradizionali gerarchie politiche e sociali diveniva necessario e legittimo, e il principio volontaristico di affermazione della patria trionfava attraverso lo strumento plebiscitario), e d’altro canto la creazione di nuovi regni satellite della Francia, fondati su una nozione di patria alquanto artificiale, come il napoleonico regno d’Italia, o sul soffocamento delle tradizionali istanze patriottiche (granducato di Varsavia).
  • Nel corso delle rivoluzioni liberali e dei processi di unificazione nazionale che scandirono il 19° sec., il concetto di libertà divenne invece inscindibile da quello di patria-nazione. «La patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo», affermò G. Mazzini, secondo cui ogni uomo avrebbe ricevuto da Dio due missioni: patria e umanità. Quest’ultima corrisponde al disegno di una confederazione europea (di repubbliche) che non ammette, a differenza dell’Europa napoleonica, l’esistenza di una grand patrieegemone sulle altre, e tanto meno quella di innumerevoli «patrie negate» (o non libere). Per Mazzini, l’affermazione della patria (attraverso la nazione), cioè la sua liberazione (da poteri stranieri, dalle monarchie), spetta unicamente ai diversi popoli d’Europa, la cui identità è data dalla comunanza di lingua, storia, istituzioni, cultura, tradizioni.
  • La nozione di patria, sia pur diversamente coniugata (in aderenza a diverse visioni politiche: monarchica, repubblicana), acquistava dunque un nuovo pathos
  • Nel 19° sec. ogni nazione europea divenne compiutamente patria, «e la patria la nuova divinità del mondo moderno» (F. Chabod).
  • A questo ennesimo processo di sacralizzazione della patria diedero un contributo ulteriore i regimi totalitari sorti nel secolo successivo. Un nuovo culto della patria caratterizzò pertanto i decenni a cavallo tra 19° e 20° sec., assumendo proporzioni estreme a opera dei maggiori regimi totalitari.
  • Da un lato, fascismo e nazionalsocialismo, che trasformarono il culto della patria, inteso anche come recupero e spregiudicata manipolazione della storia e delle tradizioni (il mito di Roma o quello della primigenia patria ariana), in un elemento funzionale alla costruzione del consenso politico e al controllo delle masse;
  • d’altro canto, il bolscevismo che si confrontò con l’ardua impresa di conciliare patria e socialismo. Per definizione quest’ultimo significava rifiuto della dimensione nazionale in favore di un’alleanza sovranazionale (il modello dell’Internazionale socialista) fra le classi lavoratrici («gli operai non hanno patria», aveva teorizzato K. Marx). Invece la patria sovietica non tardò a dotarsi anch’essa di padri, madri, eroi, martiri, traditori, monumenti, sacrari e santuari, promuovendo cioè una concezione comunque spirituale dell’identità politica, che implicava la distruzione dei vecchi attributi religiosi, culturali, etnici, linguistici, e l’accettazione dell’URSS come nazione modello o patria guida, nell’attesa del giorno in cui «tutto il mondo sarà patria» (E. Mühsam).
  • Dopo il secondo conflitto mondiale una parte della cultura europea ha cominciato a porsi il problema dell’eventuale superamento della dimensione nazionale.
  • In contrapposizione all’Europa delle patriedi C. De Gaulle è stato sostenuto il graduale sganciamento del concetto di patria da quello di Stato-nazione. La più recente riflessione politica, filosofica e sociologica sul futuro dello Stato-nazione si mostra incline al recupero e alla rielaborazione dell’idea di patria in chiave sub-nazionale o sovranazionale.
  • In questa cornice si sono collocati progetti politici anche antitetici:
  • la rivalutazione di accezioni subnazionali di patria (come sinonimo di comunità locale, identità territoriale, in riferimento alle minoranze e alle specificità etniche e linguistiche ecc.),
  • Le ipotesi federaliste sovranazionali come la «patria Europa» o la «super-nazione» di J. Habermas.
  • D’altra parte, non bisogna cadere nemmeno nell’eccesso di voler esasperare la contrapposizione tra la visione della vita – e, in questo caso, della patria – propria delle culture tradizionali, e quella occidentale e cristiana, come si ostinano a fare alcuni attardati cultori del mito russoiano del «buon selvaggio» (che è, precisiamolo una volta per tutte, un mito reazionario, perché basato su una deformazione, e sia pure di segno positivo, delle culture «altre»).
    Citando Emanuele Severino, ad esempio, i curatori del libro di Rudolf Kaiser, «Dio dorme nella pietra. La “scoperta” del pensiero degli Indiani d’America»,  radicalizzano la distanza esistente fra la cultura occidentale, basata sull’idea di progresso e su un Dio che vive in alto e nel cuore degli uomini, e le culture native, nelle quali l’uomo è sentito come parte della natura, e nelle quali la sfera del divino partecipa di questa unità. La forzatura consiste nel fatto di presentare la cultura occidentale come un tutto omogeneo e uniforme, mentre la verità è che in essa, da quasi duemila anni a questa parte – ossia da quando è sorta, dal ceppo della civiltà greco-romana e giudaico-cristiana – esiste una continua tensione e una intensa dialettica fra le sue componenti spirituali.
    In particolare, crediamo che sarebbe storicamente poco corretto misconoscere l’esistenza di un filone spirituale, mistico, niente affatto utilitaristico e pragmatico, che ha sempre valorizzato la presenza del divino nella natura (pur senza identificare le due cose) e che non ha mai considerato la natura in termini esclusivi di sfruttamento e di dominio, ma bensì di armoniosa interrelazione, di amore e di comune collaborazione al progetto divino.
  • Una corrente poderosa, che per secoli è stata maggioritaria (durante il Medioevo), e che ha espresso figure gigantesche, come quella di Francesco d’Assisi; e che non è del tutto estinta neppure oggi, sebbene essa sia messa in minoranza da un materialismo e da un nichilismo largamente prevalenti.
    Ma torniamo al concetto di patria e alla sua definizione.
    Che cosa è la patria, oggi? E che cosa vuol dire, amare la propria patria?
    Fino a qualche decennio fa, la risposta sarebbe stata abbastanza semplice, almeno per le persone comuni: la patria coincide con la comunità nazionale; è il luogo ove affondano le proprie radici, a cui sono legati i ricordi e le tradizioni, ove vivono coloro che amiamo, che ci sono simili, che parlano la nostra medesima lingua, che partecipano dei nostri stessi valori, che condividono con noi un orizzonte di senso. Amare la patria, quindi, significava onorare, rispettare ed essere pronti a difendere, se necessario, tutte quelle cose, anche a costo dei più grandi sacrifici: perché vivere senza di essa era considerato impossibile, o, quanto meno, innaturale e triste, addirittura indegno di un essere umano nel pieno significato della parola.
    Ma oggi, nell’era della globalizzazione, delle multinazionali, delle migrazioni di massa, delle società multietniche e multiculturali, non è più così facile dare una risposta a quelle domande.
    Il concetto di patria è divenuta vago, sfumato, quasi evanescente; i suoi confini, sempre più labili e indistinti; i suoi valori, sempre più pallidi e sfuggenti. E come è possibile amare un concetto così vago, così aleatorio, così indefinito? Siamo arrivati al paradosso che si ricomincia a parlare di patria, da alcuni anni a questa parte, quasi solo in funzione di un rifiuto del diverso; e la patria, che da tanto tempo non faceva più battere i cuori di nessuno, sembra tornata in auge, ora che si tratta di contrapporla ad altre patrie e ad altri contesti culturali, di usarla come un’arma, come un clava da brandire contro il «nemico», reale o anche solo potenziale. L’idea di patria, in questo caso, conosce una seconda fioritura, ma solo in funzione negativa: non per esprimere ciò che si ama e in cui si crede, ma solo per respingere ciò che non si vuole, ciò che preoccupa o che spaventa.
    È triste; ed è una forma d’ipocrisia, di disonestà intellettuale. Ma che cosa può prendere il posto del concetto tradizionale di patria, se esso è ormai morto e sepolto nei nostri cuori, se non trova più spazio nelle nostre menti?
    Perché è indubbio che esso ha lasciato un vuoto; e che un vuoto spirituale esige di essere colmato, pena l’insorgere di uno squilibrio, di una disarmonia, di un conflitto interiore – che potrebbe anche prendere le forme di un conflitto esteriore e materiale. Sono le società orfane di valori spirituali, quelle che si aggrappano alla prima ideologia che prometta loro di ricompattare i propri ranghi, sempre più sbrindellati e dispersi; e, in genere, questo genere di scorciatoie costituiscono la strada privilegiata per le concezioni totalitarie, fanatiche e intolleranti dei rapporti umani. La natura teme il vuoto e cerca di riempirlo con i primi materiali che si trova a disposizioni, per quanto illusori e pericolosi possano essere. Ebbene, nell’attuale contesto sociale e culturale, crediamo che la sola idea di patria suscettibile di rimpiazzare quella tradizionale, ormai tramontata, sia quella basata su di un vincolo di affetto e di  gratitudine verso le proprie radici, intese non tanto in senso biologico e geografico («la terra e il sangue» dei nazionalismi classici otto e novecenteschi, e specialmente del pangermanismo), quanto in senso eminentemente spirituale e culturale;
  • patria, inoltre, intesa non in senso esclusivo, bensì in senso inclusivo: una patria ideale che può accogliere tutto, proprio perché si fonda su ciò che di più autenticamente umano è nell’uomo. Attenzione: abbiamo detto che «può» accogliere tutto; non che essa «deve» accogliere tutto: e questo è il punto che segna la differenza con un certo cosmopolitismo facilone e irresponsabile, con un relativismo culturale secondo il quale tutto, prima o poi, viene digerito da una determinata società, anche gli innesti più artificiali e irragionevoli, dato che le società, per esso, non sono che un gigantesco tubo digerente, capace di assimilare e metabolizzare qualsiasi cosa – e, come se non bastasse, in tempi straordinariamente rapidi. Invece non è così.
    Una società è in grado di assorbire e metabolizzare tutti quegli apporti che siano realmente funzionali e positivi per la sua fisiologia, cioè per la sua vita spirituale e materiale; non quelli che sarebbero dannosi per essa, inassimilabili e totalmente estranei. In altre parole, tutto ciò che per essa è bene, ma non ciò che, per essa, è male.
    Non diciamo «male» in senso assoluto; o, almeno, non necessariamente; ma in senso relativo: male, cioè, relativamente a quel contesto, a quella situazione.
  • Dunque, non si tratta, per forza, di giudizi di valore; si tratta di ragionevoli giudizi di fatto, inseriti in un preciso contesto, in una situazione storicamente data.
    La storia è il regno del possibile; e, anche se una robusta carica di utopia le è sempre necessaria per impedirle di afflosciarsi su un pragmatismo ognora più ristretto, che finirebbe per divenire cinismo vero e proprio, resta pur sempre il fatto che non si ha il diritto di scommettere il futuro delle nuove generazioni su un azzardo, di qualunque tipo esso sia; e fosse anche un azzardo generoso  e, per certi aspetti, ammirevole. Si obietterà, a questo punto – ed è una obiezione sin troppo facile – che tutto sta a vedere chi si prenderebbe il diritto di stabilire che cosa sia «bene» e che cosa sia «male», rispetto alla propria patria, e sia pure in senso relativo, senza cioè disprezzare o negare i valori delle altre culture e delle altre patrie.
    Il relativismo oggi dominante, sovente camuffato da liberalismo esasperato e da democraticismo radicale, vorrebbe che si rispondesse: «nessuno»; e, da ciò, trarrebbe la conclusione, cara alla generazione del Sessantotto, che è «vietato vietare», e che tutto va bene, senza limitazione alcuna, altrimenti cadremmo – esso dice – in una prassi poliziesca e repressiva. Ora, a costo di passare per fautori di pratiche poliziesche e repressive, dobbiamo avere il coraggio di rifiutare la logica distruttiva di questo relativismo nichilista; e di affermare che, pur nella consapevolezza dei limiti e dei rischi di una tale operazione, ogni cittadino di una determinata patria ha il pieno diritto di esprime la propria opinione su ciò che, per quest’ultima, egli considera un bene o un male; su ciò che, a suo giudizio, può farle del bene o del male; su ciò che può farla vivere in pace e in armonia, e su ciò che potrebbe sospingerla verso le tensioni e i conflitti,.
    Certo, la tensione e il conflitto non possono mai essere eliminati del tutto; e, fino ad un certo punto, ciò non sarebbe nemmeno auspicabile, in quanto la tensione e il conflitto sono, anche, l’espressione di una sana e vivace dialettica interna, che attesta il buono stato di salute di una determinata società.
    Fino ad un certo punto, però.
  • Vi è un punto di non ritorno, oltre il quale la tensione e il conflitto divengono una spirale puramente distruttiva, che nessuno potrebbe augurare responsabilmente alla propria patria, se davvero la ama e la vuole vedere prospera.
    Ma esistono, oggi, persone abbastanza innamorate della patria, da avere il coraggio civile di dire queste verità, talvolta scomode, quasi sempre impopolari; e da essere disposte a pagare, sulla propria pelle, il prezzo richiesto per difenderle e portarle avanti, senza lasciarsi intimorire da ricatti e minacce, ora larvati, ora espliciti?
  • La nostra Costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, stabilisce all’art.52, 1° comma, posto tra i Diritti e Doveri dei Cittadini, che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Pertanto, la difesa dello Patria è un dovere fondamentale per tutti i cittadini, senza alcuna distinzione,né di età, né di sesso, né tanto meno sulla base del reddito o delle opinione politiche e religiose
  • Innanzitutto per Patria (termine enfatico che si usava nel le C ostituzioni del l’Ottocento) non si intende più semplicemente il Territorio Nazionale, delimitato da confini, ma anche la Collettività nazionale, formata dalle persone che vivono nel territorio nazionale, e la Istituzioni democratiche che reggono lo Stasto-Paese.
  • Secondo le Linee guida per la formazione generale dei giovani in servizio civile nazionale, emanate il 4 aprile 2006 dal Direttore dell’UNSC, anche “l’ambiente, il territorio, il patrimonio culturale, storico ed artistico,sono parti costitutive della Patria e come tali vanno difese. La Patria è inoltre rappresentata dall’insieme delle Istituzioni democratiche, dal loro ordinamento, dai valori e dai principi costituzionali di solidarietà sociale”. Giorgio Giannini pagina 117, 2° comma. lettera d ).
  • In questo modo si dà concreta attuazione al principio di uguaglianza di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione, affermato solennemente nella stessa Costituzione, all’art.3, che è posto tra i Principi Fondamentali, che non possono essere oggetto di revisione costituzionale. Pertanto, tutti i cittadini italiani, senza distinzione di alcun genere, devono contribuire alla difesa del nostro Paese, attivamente e ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità.
  • L’art. 52 della Costituzione non specifica però cosa si deve intendere per “difesa” ed in quale modo questa si deve realizzare. E’ quindi possibile, in linea di principio ed in conformità con il dettato costituzionale, una “difesa” che non sia esclusivamente “armata”, anche per permettere la partecipazione alla “difesa della Patria“, da parte di quei cittadini che non sono in grado di usare le armi, sia perché “non possono usarle” ( ad esempio per la loro età o semplicemente perché non le sanno usare) o perché “non vogliono usarle” , per i loro convincimenti religiosi, filosofici, morali ed anche politici ( come per gli obiettori di coscienza).
  • La Legge Costituzionale 18.10. 2001 n. 3, di riforma del Titolo V, Parte II della Costituzione, che ha modificato l’art.117 della Costituzione, affidando alla competenza legislativa delle Regioni e delle Province Autonome di Trento e di Bolzano tutte le materie non estesamente riservate alla competenza legislativa esclusiva o concorrente dello Stato, ha previsto tra le materia riservate allo Stato, la “difesa e Forze Armate, sicurezza dello Stato,armi,munizioni ed esplosivi” (art. 1 Innanzitutto per Patria (termine enfatico che si usava nelle Costituzioni dell’Ottocento) non si intende più semplicemente il Territorio Nazionale, delimitato da confini,ma anche la Collettività nazionale, formata dalle persone che vivono nel Territorio Nazionale, e le Istituzioni democratiche che reggono lo Stato –Paese. Si distingue, quindi, tra “difesa “ e “Forze Armate” e pertanto il concetto di “difesa “ non si identifica con quello di “difesa armata”, praticata dalle Forze Armate. Ne consegue quindi la legittimità costituzionale di una “difesa” che non comporti l’uso delle armi e che sia in sintonia con l’art. 11 della Costituzione.
  • In questo senso si deve esaminare il dispositivo del 2° comma dell’art.52 della Costituzione, secondo il quale “ Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge”. Ne deriva infatti che la prestazione del servizio militare non è un obbligo costituzionale assoluto, valido per tutti ed in qualunque circostanza, ma le modalità ed limiti della sua obbligatorietà sono stabilite dalla Legge. In particolare, la legge sulla Leva Militare stabilisce le modalità ed i limiti della coscrizione obbligatoria, prevedendo le cause di esonero e di dispensa dal servizio militare di leva, peraltro obbligatorio solo per i cittadini maschi che abbiano una determinata età e siano in determinate condizione fisiche e quindi siano stati dichiarati “abili” alla visita di leva e di conseguenza “arruolati” per la prestazione del servizio militare. Alcune Leggi, negli anni settanta, hanno stabilito la possibilità per i cittadini “arruolati” di adempiere all’obbligo del servizio militare, prestando un servizio diverso da quello militare. Ci riferiamo alla Legge 15.12.1972 n. 772 , recante “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza”, che ha introdotto, anche a seguito di lunghe lotte attuate dagli obiettori di coscienza, che rifiutavano per motivi religiosi, filosofici, morali di portare o di usare le armi, il “servizio civile sostitutivo”, che all’inizio era di durata superiore di ben 8 mesi al servizio militare di leva. Pertanto, in base al 1° ed al 2° comma dell’art. 52 della Costituzione, consegue che mentre “ la difesa della Patria è sacro dovere” di ogni cittadino, senza alcuna distinzione, il servizio militare di leva è obbligatorio solo nei limiti e nei modi previsti dalla Legge sulla Leva ed altre Leggi hanno previsto modalità diverse di prestazione ( servizio civile sostitutivo degli obiettori di coscienza,previsto dalla 2 ,L’art. 11 della Costituzione, posto tra i Principi Fondamentali, stabilisce che “ L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. All’illustrazione del Dovere di difesa della Patria, è dedicato il Modulo n. 3, sugli 11 previsti, delle Linee guida per la formazione generale dei giovani in servizio civile, emanate dal Direttore dell’UNSC il 4 aprile 2006.
  • La Patria è inoltre rappresentata dall’insieme delle Istituzioni democratiche, dal loro ordinamento, dai valori e dai principi costituzionali di solidarietà sociale”. Giorgio Giannini pagina3 117, 2° comma. lettera d ). Si distingue, quindi, tra “difesa “ e “Forze Armate” e pertanto il concetto di “difesa “ non si identifica con quello di “difesa armata”, praticata dalle Forze Armate. Ne consegue quindi la legittimità costituzionale di una “difesa” che non comporti l’uso delle armi e che sia in sintonia con l’art. 11 della Costituzione. 2 In questo senso si deve esaminare il dispositivo del 2° comma dell’art.52 della Costituzione, secondo il quale “ Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge”. Ne deriva infatti che la prestazione del servizio militare non è un obbligo costituzionale assoluto, valido per tutti ed in qualunque circostanza, ma le modalità ed limiti della sua obbligatorietà sono stabilite dalla Legge.
  • In particolare, la legge sulla Leva Militare stabilisce le modalità ed i limiti della coscrizione obbligatoria, prevedendo le cause di esonero e di dispensa dal servizio militare di leva, peraltro obbligatorio solo per i cittadini maschi che abbiano una determinata età e siano in determinate condizione fisiche e quindi siano stati dichiarati “abili” alla visita di leva e di conseguenza “arruolati” per la prestazione del servizio militare.
  • Alcune Leggi, negli anni settanta, hanno stabilito la possibilità per i cittadini “arruolati” di adempiere all’obbligo del servizio militare, prestando un servizio diverso da quello militare. Ci riferiamo alla Legge 15.12.1972 n. 772 , recante “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza”, che ha introdotto, anche a seguito di lunghe lotte attuate dagli obiettori di coscienza, che rifiutavano per motivi religiosi, filosofici, morali di portare o di usare le armi, il “servizio civile sostitutivo”, che all’inizio era di durata superiore di ben 8 mesi al servizio militare di leva.
  • Ci riferiamo inoltre alla Legge 38 del 1979, che ha previsto la prestazione di un “servizio civile volontario” all’estero, in un Paese in via di sviluppo, anch’esso all’inizio più lungo rispetto al servizio militare.
  • Pertanto, in base al 1° ed al 2° comma dell’art. 52 della Costituzione, consegue che mentre “ la difesa della Patria è sacro dovere” di ogni cittadino, senza alcuna distinzione, il servizio militare di leva è obbligatorio solo nei limiti e nei modi previsti dalla Legge sulla Leva ed altre Leggi hanno
  • L’art. 11 della Costituzione, posto tra i Principi Fondamentali, stabilisce che “ L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
  • Il rapporto tra il 1° ed il 2° comma dell’art. 52 della Costituzione è stato chiarito espressamente dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 64 del 24.5.1985 (relativa alla legge 772 del 1972 sull’obiezione di coscienza),la quale, riprendendo la precedente sentenza n. 53 del 1967, ha stabilito che “ per tutti i cittadini, senza esclusioni, la difesa della Patria rappresenta un dovere collocato al di sopra di tutti gli altri, cosicché esso trascende e supera lo stesso dovere del servizio militare. Di conseguenza, questo servizio, nel quale non si esaurisce , per i cittadini, il sacro dovere di difesa della patria, ha una sua autonomia concettuale ed istituzionale rispetto al dovere patriottico contemplato nel primo comma.”. Più avanti, la Suprema Corte afferma che ” mentre il dovere di difesa è inderogabile, nel senso che nessuna legge potrebbe farlo venire meno, il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi previsti dalla legge.” La Corte infine afferma che il dovere di difesa della Patria è “ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato,” e che “ a determinate condizioni il servizio militare armato può essere sostituito con altre prestazioni personali di portata equivalente , riconducibili anch’esse all’idea di difesa della Patria”. Pertanto, la Legge 8.7. 1998, n. 230 , recante “Nuove norme in materia di obiezione di coscienza”, che ha sostituito la legge 772 del 1972, ha previsto, all’art. 1, per i cittadini che, “per obbedienza alla coscienza “, si oppongono “all’uso delle armi e non accettano l’arruolamento nelle Forze Armate….un servizio civile, diverso per natura ed autonomo dal servizio militare,ma come questo rispondente al dovere costituzionale di difesa della Patria e ordinato ai fini enunciati nei Principi Fondamentali della Costituzione”. Giorgio Giannini pagina5 Così, la Legge 6.3.2001 n. 64, relativa alla “Istituzione del Servizio civile nazionale”, ha previsto all’art.1, 1° comma, punto a) che il Servizio civile nazionale è finalizzato “ a concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della patria con mezzi ed attività non militari”. Questo principio è stato ribadito nel Regolamento di attuazione, approvato con il Decreto Legislativo 5.4.2002 n. 77, che all’art. 1, 1° comma, stabilisce che il Servizio civile nazionale è “ una modalità operativa concorrente ed alternativa di difesa dello Stato,con mezzi ed attività non militari”. Anche la Corte Costituzionale, con la Se ntenza 8 luglio 2004 n. 228, in risposta ad un ricorso attivato dalla Provincia Autonoma di Trento, ha stabilito che il Servizio civile nazionale, pur configurandosi “come l’oggetto di una scelta volontaria, che costituisce adempimento al dovere di solidarietà ( art. 2 della Costituzione), nonché di quello di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4, 2° comma, della Costituzione)…. tende a proporsi come forma spontanea di adempimento del dovere costituzionale di difesa della Patria… ben potendo essere adempiuto il dovere costituzionale di difesa della Patria anche attraverso comportamenti di tipo volontario”.
  • Con la Legge Delega 14.11.2000 n. 331 (per la riforma delle FF. AA. in senso professionale, attuata con il Decreto Legislativo 215 del 2001, modificato dal Decreto Legislativo 236 del 2003) è stato sospeso in tempo di pace, a partire dal gennaio 2005, l’obbligo del servizio militare , che pertanto da quell’anno, è diventato riservato solo ai cittadini, uomini e donne, che ne facciano richiesta e che siano in possesso di determinati requisiti fisici e di età. Di conseguenza , venendo meno l’obbligatorietà del Servizio militare, è decaduto il presupposto del Servizio civile sostitutivo, prestato dagli obiettori di coscienza in sostituzione del Servizio militare di leva. E’ rimasto quindi solo il Servizio civile nazionale, su base volontaria, prestato per un periodo di 12 mesi, dai ragazzi e dalle ragazze, dai 18 a 26 anni (in origine 28 anni) , ai sensi della Legge 64 del 2001. Giorgio Giannini pagina6 Alcuni studiosi 3 hanno pertanto ritenuto che il Servizio civile nazionale, non avendo più alcun collegamento con la prestazione militare derivante dalla coscrizione obbligatoria, sia un servizio del tutto diverso da quello prestato dagli obiettori di coscienza,avendo perso ogni connessione con la “difesa”, una volta cessato l’obbligo di prestazione del servizio militare e con esso la prestazione di prestazioni equivalenti, e pertanto non sia più riconducibile all’obbligo costituzionale di “difesa della Patria”,come era il Servizio civile prestato dagli obiettori di coscienza, bensì all’obbligo costituzionale di “solidarietà”, previsto dall’art. 2 della Costituzione. Di diverso avviso è però la Corte Costituzionale, che con la Sentenza 8 luglio 2004 n. 228, esposta in precedenza, ha stabilito che il “servizio civile nazionale è una forma di adempimento del dovere costituzionale di difesa della Patria”. Afferma inoltre che il dovere di difesa della Patria si ricollega al dovere di solidarietà sancito dall’art. 2 della Costituzione,nel senso che il primo (previsto dall’art,. 52, ubicato tra i Diritti e Doveri dei cittadini) è una specificazione dell’altro, previsto dall’art. 2, posto tra i Principi Fondamentali della Costituzione). Di conseguenza , alcuni studiosi 4 hanno affermato che come esisteva , fino al 2004 ( cioè fino all’entrata in vigore della Legge 331 del 2000 relativa alla sospensione dell’obbligo del servizio militare con la trasformazione delle FF. AA in uno strumento professionale) un perfetto parallelismo tra il Servizio militare ed il Servizio civile sostitutivo prestato dagli obiettori di coscienza, ora , dal 2005, esiste un perfetto parallelismo tra il Servizio militare volontario ed il Servizio civile nazionale (volontario),tanto più che l’art. 2, 3° comma, lettera b) della Legge 64 del 2001 stabilisce che la “determinazione del trattamento giuridico ed economico dei volontari in servizio civile” deve essere fatta “ tenendo conto del trattamento riservato al personale militare volontario in ferma annuale”, naturalmente “nei limiti delle disponibilità finanziarie di cui al Fondo nazionale per il servizio civile”. Ciononostante, alcuni autori continuano ad affermare che il servizio civile nazionale è riconducibile non più al dovere di difesa della patria, ma al dovere costituzionale di “solidarietà” (previsto dall’art. 2 della Costituzione), anche facendo riferimento al disposto dell’art. 1, 1° comma, lettera b) della Legge 64 del 2001, secondo il quale il Servizio civile nazionale è finalizzato a “favorire la realizzazione dei principi costituzionali di solidarietà sociale”, essendo venuta meno la previsione della lettera a) dello stesso 1° comma dell’art. 1, secondo la quale il servizio civile nazionale era finalizzato a “concorrere , in alternativa al servizio militare obbligatorio,alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”, in seguito alla sospensione dell’obbligatorietà del servizio militare.
  • Quando si parla di “difesa” si deve riflettere non solo “da chi” ( o “da che cosa”) ci si deve difendere, ma soprattutto sul “come “ ci si deve difendere. Infatti, è sempre più evidente che non si può più usare solo la tradizionale “difesa militare armata” (cioè la difesa affidata solo ai militari,che ormai sono tutti dei “professionisti”),ma occorre servirsi anche di nuove metodologie di difesa, che possano essere utilizzate da tutti i cittadini ( dato che la difesa è “sacro dovere” di ogni cittadino, come stabilito dall’art. 52. 1° comma, della Costituzione) e che siano anche più adatte per la soluzione giusta e duratura dei conflitti. Pertanto, è necessario ridefinire il concetto di Difesa, facendo le seguenti considerazioni: 1 – la sicurezza del Paese non è garantita con le armi, nemmeno con quelle più potenti; 2 – le crisi, nazionali o internazionali, sono sempre più complesse e quindi più difficili a risolversi perché spesso sono originate da più situazioni di conflitto oppure vi convivono più conflitti, ad esempio a carattere etnico e\o religioso e lotte per il controllo delle risorse primarie e\o strategiche (oggi quelle energetiche- il petrolio- domani quelle idriche ).; 3 -Le cosiddette “armi di distruzione di massa”, provocano spesso la paura di un’aggressione negli altri Stati e quindi possono far precipitare le crisi verso esiti catastrofici, invece di risolverle. 4-La sicurezza dello Stato si può ottenere creando le condizioni per ottenere la fiducia degli “altri Stati”: questa si può ottenere da un lato attraverso l’adozione di una politica di non allineamento e di rinuncia agli armamenti offensivi e dall’altro sviluppando una rete di relazioni basate sulla solidarietà e la cooperazione internazionale. In pratica, il Paese che svolge un ruolo attivo per la promozione della pace nella Comunità internazionale, ottiene la stima e la simpatia degli altri Stati e questo inibisce molto le minacce di un’aggressione esterna; 6 – i conflitti, anche per questa loro maggiore complessità, è meglio prevenirli, per evitare sfocino, attraverso una escalation difficilmente controllabile, in immani distruzioni, non solo di vite umane e di beni, ma anche del tessuto sociale, che poi è molto difficile ricostruire; 7 – si deve costruire una nuova immagine del nemico, visto come avversario, con il quale cercare il dialogo ed il confronto per indurlo a desistere dall’aggressione. Gandhi ha affermato che si deve mantenere il conflitto al livello più basso possibile, evitando di accrescere la tensione e cercando di non creare barriere e divergenze insormontabili con l’avversario, in modo da avere un confronto con lui per trovare un accordo e per trovare una “via di uscita” onorevole dal conflitto.; 8 – è fondamentale l’intervento dei civili, come “terze parti” che non hanno preso parte al conflitto  , per salvaguardare la convivenza pacifica o per ricostruirla dopo le lacerazioni della guerra. Anche se i militari hanno un ruolo positivo nelle situazioni di conflitto armato, per far cessare le ostilità ed imporre e mantenere, con le armi, il “cessate il fuoco” ,necessario per le trattative per la pace, solo dei civili esperti nel campo della prevenzione e della “gestione costruttiva dei conflitti”, possono facilitare una soluzione giusta e duratura della crisi ed in particolare attuare la riconciliazione tra le opposte fazioni in lotta e la ricostruzione del tessuto sociale. Al riguardo, Jean Marie Muller sostiene che la fine della guerra non mette fine al conflitto, ma solo agli scontri armati ed alle distruzioni; però, solo gli interventi di civili possono risolvere il conflitto, avviando un concreto processo di pace. A questi problemi può dare una soluzione la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta , chiamata in Italia  Difesa Popolare Nonviolenta (DPN), la cui attuazione è conforme all’art.52 della Costituzione, come scritto in precedenza. La Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta è indicata nei vari Paesi con nomi diversi, che possono avere anche significati parzialmente diversi. In inglese è denominata Social Defence, Nonviolent Defence o Civilian Defence; in tedesco Sozial Verteidigung; in francese Dèfence nonviolente , Dèfense Civile o Dèfense Populaire Nonviolente. Appunto questo ultimo termine è stato utilizzato negli studi dai nonviolenti italiani. La DPN è una forma di difesa non militare e non armata, che consiste in strategie, tecniche ed azioni attuate dalla popolazione o da gruppi specializzati in caso di aggressione militare esterna (invasione) o di una involuzione autoritaria interna (o colpo di stato) allo scopo di difendere l’indipendenza, la libertà e le istituzioni democratiche del proprio Paese.
  • Il Comitato di consulenza per la difesa civile non armata e nonviolenta, costituito con Decreto 18.2.2004 del Presidente del Consiglio dei Ministri, ha pubblicato il 30.1.2006 il Documento “La Difesa civile non armata e nonviolenta” (DCNAN) allo scopo di dare una definizione condivisa della stessa DCNAN e quindi attuare il disposto dell’art. 8, 2° comma, lettera e) della Legge 230 del 1998. In primo luogo, nel Documento si afferma che l’espressione DCNAN aggiorna e specifica l’espressione, cara ai nonviolenti italiani della Difesa popolare nonviolenta (DPN), intesa dalla maggior parte degli studi e della pubblicistica come “difesa da una aggressione esterna o interna con mezzi non militari o non armati”. Infatti, la DCNAN indica qualcosa di più della semplice “difesa senza armi”, in quanto trova la sua “principale ragion d’essere nella scelta a vantaggio della nonviolenza, prima ancora che nella più modesta scelta dell’alternativa disarmata rispetto a quella armata”. La DCNAN punta quindi ad una trasformazione nonviolenta dei conflitti. Nel Documento si afferma inoltre che il riferimento alla nonviolenza “coinvolge scelte personali e collettive “ e che l’opzione alla nonviolenza è “intesa come elemento forte di giudizio politico, sociale ed etico”. A sostegno di questa affermazione è espressamente citata il contenuto enunciato nella Carta del Movimento Nonviolento, scritta dal suo fondatore Aldo Capitini,uno dei primi teorici della nonviolenza in Italia. Più avanti, il Documento afferma che la DCNAN “non riguarda esclusivamente una diversa modalità di gestione dei conflitti internazionali, ma costituisce un punto di riferimento anche in relazione alla gestione dei conflitti interni, ai possibili livelli macro o meso, primariamente con riferimento a quelli di carattere sociale”. Sviluppando questo concetto,si afferma che “il SCN agisce in situazioni di degrado (sociale,ambientale,culturale…) e pertanto in contesti in cui sono presenti in forma più o meno esplicita, aspetti di violenza ” , per cui il suo compito non è tanto quello di intervenire in modo assistenziale, quanto quello di misurarsi con aspetti della violenza, che richiedono azioni di riconciliazione e di pacificazione ( tra persone,tra comunità…) ….”che a loro volta si sostanziano in forme di prevenzione e trasformazione dei conflitti”. Attualmente, uno degli strumenti su cui si fa più affidamento per la prevenzione e la trasformazione costruttiva dei conflitti, sono i Corpi Civili di Pace, la cui costituzione è prevista in vari documenti del Parlamento Europeo e dell’ONU, anche se con diversi nomi ( Caschi Bianchi…..). Ad essi fa riferimento anche il Documento sulla DCNAN emanato il 30.1.2006 del Comitato Consultivo per la DCNAN. Negli ultimi mesi, si è aperta una nuova fase di confronto – dialogo tra le Istituzioni (Ministero degli Affari Esteri) , le Associazioni pacifiste e nonviolente ed alcun Enti di Servizio civile, che potrebbe portare, entro il prossimo anno (2008), alla costituzione di un Contingente italiano di Corpi Civile di Pace operante in uno più Paesi, ancora da definire.
  • Poiché la sperimentazione della Difesa civile non armata e nonviolenta (DCNAN) è una delle finalità dell’UNSC Ufficio Nazionale del Servizio Civile,come previsto espressamente dall’art.8, 2° comma, lettera e), essa deve avere un ruolo importante nella formazione dei giovani in servizio civile nazionale. Così, nelle Linee guida per la formazione generale dei giovani in servizio civile, emanate dal Direttore dell’UNSC il 4 aprile 2006, uno degli 11 Moduli previsti per la formazione generale, prevista dall’art. 11 del Decreto legislativo 77 del 2002, e quindi obbligatoria, per i giovani in servizio civile nazionale, di almeno 30 ore, è dedicato appunto alla DCNAN, e precisamente il Modulo 4, con una formazione di almeno 2 ore. Le Linee guida per la formazione generale, articolata in 5 tappe (dal concetto di difesa della Patria alla storia dell’obiezione di coscienza ed ai diritti e doveri dei giovani in servizio civile), sono obbligatorie e quindi vincolanti per tutti i progetti di servizio civile nazionale, qualunque sia la natura specifica del servizio che l’Ente intende far svolgere ai giovani in servizio civile e che gli stessi dovranno prestare. In particolare, nelle Linee guida si precisa: che “la formazione generale è un elemento strategico per … assicurare il carattere unitario, nazionale del servizio civile”; che le stesse Linee guida sono “una sorta di principi che… indicano un modello che tutti gli Enti dovranno impegnarsi a rispettare nella loro attività di formazione” e che “indicano i contenuti minimi necessari cui al formazione generale dovrà attenersi”; che i “volontari sono obbligati a frequentare i corsi per la formazione generale e specifica”, che devono avere una durata minima di 80 ore.
  • In attuazione della Legge 8.7.1998 n. 230 recante “Nuove norme in materia di obiezione di coscienza”, che all’art.8, 2° comma , lettera e), prevede tra i compiti dell’Ufficio nazionale per il servizio civile (UNSC), quello di “predisporre, di concerto con il Dipartimento della protezione Civile, forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta”, il Presidente del Consiglio dei Ministri, con Decreto del 18.2.2004, ha costituito il Comitato di consulenza per la difesa civile non armata e nonviolenta“ con il compito di 11 Questa affermazione è molto importante perché riprende quanto affermato dai nonviolenti italiani, tanto che il rappresentante del Ministero della Difesa in seno al Comitato ha fatto verbalizzare il proprio dissenso. Giorgio Giannini pagina11 elaborare analisi, predisporre rapporti,promuovere iniziative di confronto e ricerca al fine di individuare indirizzi e strategie di cui l’Ufficio nazionale per il servizio civile possa tener conto nella predisposizione di forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta”.(art. 1 Decreto). Il Comitato è stato formalmente insediato l’11 maggio 2004, dal Ministro per i rapporti con il Parlamento, con delega al Servizio Civile, a Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio. Ne fanno parte 16 membri, di cui 6 in rappresentanza di Ministeri ed Enti pubblici e 10 in rappresentanza degli Enti di Servizio civile, del Mondo Accademico e delle Associazioni dell’area pacifista o esperti della materia. Presidente è stato eletto il Prof. Antonino Drago, docente dell’Università di Napoli, esperto di Difesa popolare nonviolenta., il quale però ha rassegnato le dimissioni nel febbraio 2005 per i contrasti sorti all’interno del Comitato. Anche altri componenti di sono dimessi. Il Presidente del Comitato è diventato quindi, il 25. 2.2005, il Prof. Pierluigi Consorti, docente all’Università di Pisa, che ne era il Vice Presidente. Questo Comitato è stata il primo organismo pubblico, costituito a livello internazionale, per la ricerca sulla difesa civile non armata e nonviolenta ed ha avuto una dotazione finanziaria consistente, di 400.000,00 euro (raddoppiata rispetto alla previsione iniziale). Il Comitato ha approvato un programma di attività, presentato nell’ottobre 2004 all’UNSC, che è stato realizzato solo in parte, anche per la situazione di crisi venutasi a creare al suo interno. In particolare, ha proposto all’UNSC la definizione dei criteri per la proposizione dei progetti di Servizio civile nazionale finalizzati alla realizzazione di esperienze di DCNAN all’estero,nelle aree di crisi in cui erano presenti missioni militari italiane, in collegamento con gli organismi militari per garantire la sicurezza dei volontari. Il Comitato ha inoltre organizzato il 19 maggio 2005, a Roma, il Seminario “ L’evoluzione del principio costituzionale del sacro dovere di difesa della Patria alla luce della giurisprudenza costituzionale” , i cui atti sono stati pubblicati nel 2006. Ha infine elaborato le modalità per la costituzione di un “Registro”, in cui iscrivere i ricercatori esperti sulla DCNAN. Un altro organismo con funzioni consultive dell’UNSC in materia di difesa civile non armata e nonviolenta, è la Consulta nazionale per il servizio civile, prevista Giorgio Giannini pagina12 dalla Legge 230 del 1998,all’art. 10, 2° comma, come stabilito espressamente dal successivo 4° comma dello stesso art. 10 della Legge 230.